Navalis 2003

Dal 7 all'11 maggio si è svolto presso l'Arsenale di Venezia 'Navalis', il Salone nautico del legno e della Marineria giunto quest'anno alla sua terza edizione. All'ormai consolidato appuntamento non poteva mancare la nostra associazione che, fin dalla sua prima edizione, ha contribuito al lancio del Salone confermando la propria vocazione culturale con diverse iniziative volte alla salvaguardia della cultura nautica e marinaresca italiana. Per Navalis 2003 Serena Galvani e il suo staff hanno pensato e organizzato due mostre a carattere evocativo-divulgativo che prendono in esame due aspetti rilevanti della nostra storia nautica.

La prima mostra, intitolata: "1983-2003 Un baule di ricordi. Da Azzurra a Mascalzone Latino. Collection Privée" è una lettura, attraverso una 'via della moda', di un percorso storico che individua non soltanto nelle barche, ma anche nell'abbigliamento, l'evoluzione tecnica degli equipaggi italiani che dal 1983 ad oggi hanno affrontato le grandi sfide di Coppa America. Grazie alla disponibilità di privati (skipper, timonieri e team), ARIE ha potuto ricostruire, attraverso l'abbigliamento, vent'anni di sfide di Coppa America delle barche italiane.

Sui manichini hanno sfilato le divise di Mauro Pelaschier, l'indeminticabile timoniere di 'Azzurra', i ricordi di Daniele Gabrielli e di Roberto Ferrarese (Italia), quelli del Moro di Venezia e i più recenti di Mauro Stanzani (Luna Rossa), Andrea Ballico e del Team Mascalzone Latino. La 'via della moda' che ARIE ha proposto è il tratto finale di una via tecnico-evolutiva che ha radici nella memoria della nostra antica marineria, nei tempi in cui marinai, come i gabbieri delle navi della grande vela commerciale, senza poter usufruire di materiali come il 'pile', il 'neoprene' o il 'gore-tex' affrontavano il maltempo vestiti di stracci e coperti da cerate che non erano niente di più che giacche spalmate di sego.

A coronare questo spaccato di Coppa America è giunto in banchina il Moro di Venezia II, progettato per Raul Gardini da German Frers nel 1983, che il nuovo armatore, Maurizio Vecchiola, ha restaurato accuratamente. La mitica imbarcazione, tornata dopo molto tempo nella 'sua' Venezia, ha battuto per 5 giorni il nostro guidone ed è stata molto ammirata. La barca ha un assoluto valore storico, in quanto portò l'innovazione di una coperta stratificata in kevlar-carbonio su uno scafo interamente in alluminio sottolineando l'alto grado tecnologico che caratterizzava all'epoca il progetto. L'armonia delle forme si coniugò con l'alta innovazione dei materiali utilizzati e il Moro che uscì dalla penna di Frers risultò elegantissimo e performante.

"Dai legni alle barche tra le Arie dell'Adriatico" è l'altra mostra organizzata da ARIE insieme a Sandro Salvagno de 'Il Leggio' di Chioggia, un cammino che il pittore Luigi Divari disegna attraverso la ricerca nel tempo delle barche tipiche dell'alto Adriatico. Esse hanno costituito la vera storia della marineria delle nostre coste orientali, di quell'andar per mare che ha radici molto profonde nell'infanzia di tutti i marinai. "Barche: di tutte le fogge, di tutti i tipi, di tutti i colori, per tutti gli usi. Barche che salpano o che sciaguattano alla fonda, che beccheggiano o che rollano" - come scrive Piergiorgio Bighin, commentatore per ARIE e per Il Leggio della mostra. " Barche fedeli compagne, spazio nell'infinito spazio, ventre materno, culla e bara. Barche piatte, panciute, lunghe, capienti, filanti, eleganti, materne o paterne. Esse sono l'anima di una civiltà a pelo d'acqua, che si sposta a remo o a vela su e giù per la laguna e per l'infinito mare. E chi guarda con i piedi a terra non può capire. Esse narrano la calma profonda del mare, la sua natura docile e amica, ma anche, nel contempo, la sua forza mostruosa e distruttiva". La loro austera dignità è la stessa del mare e le loro storie sono storie vere di lavoro e di dolore, storie di vita e di sudore. Storie, spesso, viste e conosciute solo dai pesci e dai gabbiani. Esattamente come i disegni di Luigi Divari. Prima di lui non sapevamo come i pesci vedessero, non sapevamo come i gabbiani guardassero le barche, tutte le barche del nostro mare.

Luigi Divari, veneziano, oggi abita a Sant'Elena, sopra il diporto velico che porta il motto: "Date vela ventis". Fin da quando era bambino guardava le barche dall'alto dei ponti della Serenissima, andava in barca, con la barca lavorava, pescava, anche. Il suo quotidiano è rappresentato da sempre dalla laguna e dal mare, il vento e il cuore dell'uomo sono i suoi ispiratori. Nei suoi disegni si entra come in un caleidoscopio, varcando il tempo in una sorta di vertigine che racchiude spazio e arco temporale. E' come se l'autore fosse sceso con tutte le sue matite colorate dentro il vortice dei ricordi, fin nei mulinelli d'acqua che i suoi battelli aprono con la prua. Si è gabbiani, in quel momento, e si sorvola il bragozzo, si sfiora il pennone e ci si posa sopra el penelo. Un attimo per riposare e poi riprendere il volo per altre barche, per altre soste.

Morbide istantanee di partenze e ritorni, comunque sempre di distacco, supremo. Il distacco di chi guarda dall'alto. "E' solo da lì che si può cominciare a capire la transumanza della pesca tra i prati verdi lagunari che mimano l'onda dell'erba sotto il soffio del vento favonio". Solo da qualcosa che è molto vicino all'occhio di Dio.

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